La diversità in Europa con Emanuela Papitto
Un’Europa dove ogni persona possa sentirsi libera e rispettata, in un momento storico in cui i diritti di molte persone sono messi in discussione. È l’obiettivo di EU Diversity Voices, un progetto che coinvolge sette partner di diversi paesi europei (Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Polonia e Portogallo). Il 26 settembre 2025 il progetto è stato presentato a Roma da Le Tre Ghinee, associazione nata nel periodo del lockdown per la pandemia da Covid-19. Ce ne ha parlato nel dettaglio Emanuela Papitto, una delle fondatrici dell’associazione.
Il vostro è un progetto ambizioso. A chi si rivolge, e con quali obiettivi?
EU Diversity Voices è un progetto finanziato dal programma Cittadini, uguaglianza, diritti e valori (Citizens, Equality, Rights and Values, CERV) dell’Unione europea, che si propone di promuovere la cooperazione transnazionale attraverso una maggiore consapevolezza delle conquiste storiche dell’Ue nella tutela dei diritti umani. Diamo spazio alle storie, alle lotte e alle speranze di chi crede che la strada verso l’uguaglianza è stata fatta insieme ed è ancora aperta. Il progetto prevede eventi, campagne di sensibilizzazione, forum di confronto e attività educative rivolte a cittadinanza, istituzioni e organizzazioni della società civile. Invitiamo chiunque abbia interesse per queste tematiche a seguire le nostre iniziative, partecipare agli incontri e contribuire con idee e testimonianze.
Che tipo di eventi state organizzando?
È previsto un evento in ogni paese per valorizzare la storia, la cultura e il patrimonio culturale condiviso tra i paesi europei, mettendo in evidenza come questi elementi contribuiscano a costruire un’identità comune basata su valori solidi, a rafforzare i valori europei fondamentali – in particolare quelli legati ai diritti umani e alle libertà fondamentali, sottolineando la loro importanza nella vita quotidiana dei cittadini e delle cittadine – e a promuovere la partecipazione civica e democratica, stimolando il coinvolgimento attivo delle persone nelle decisioni che riguardano la società in cui vivono.
Il primo evento, Decostruire i diritti umani, si è svolto nel giugno scorso in Portogallo e si è concentrato sulle origini e lo sviluppo dei diritti umani nell’Ue e nei paesi partner.
Fra gli altri obiettivi c’è proprio quello di sostenere società aperte, democratiche, eque e inclusive, fondate sul rispetto dello stato di diritto e sulla tutela dei diritti di tutte le persone, senza discriminazioni. Ma anche diffondere la consapevolezza delle lotte in corso, soprattutto quelle che riguardano le donne – disparità di genere, divari salariali, accesso limitato ai ruoli di leadership, mainstreaming di genere – e le persone Lgbtqia+ – riconoscimento legale dei cambiamenti di genere, diritto di sposarsi e adottare, discriminazione sul lavoro, accesso limitato ai servizi essenziali – e le persone migranti.
Al centro dell’evento di Roma c’è stata invece la Convenzione di Istanbul. Come mai questa scelta? E a che punto siamo con l’applicazione della Convenzione in Italia?
La Convenzione di Istanbul è lo strumento internazionale vincolante più completo contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Fornisce definizioni operative, obblighi chiari per gli stati e standard uniformi per prevenire la violenza, proteggere chi la subisce e perseguire chi la mette in atto. Include misure di prevenzione (educazione, campagne), protezione (rifugi, servizi sanitari, assistenza legale), indagini e procedimenti penali efficaci, formazione per le forze dell’ordine e raccolta di dati. Inoltre, prevede un meccanismo di monitoraggio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, GREVIO) che ne valuta l’attuazione e formula raccomandazioni. In Italia la Convenzione è stata ratificata nel 2013 e ha portato a passi importanti, come l’introduzione di aggravanti per i reati di genere e di strumenti di protezione per le persone che subiscono violenza, il riconoscimento e il rafforzamento di centri antiviolenza, case rifugio e servizi di ascolto. Negli ultimi anni, sono stati stanziati maggiori fondi, anche tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza, e sono stati avviati percorsi formativi per forze dell’ordine, operatori e operatrici sanitarie e giudiziarie. Alcune procure si sono poi specializzate per i reati di genere.
Quindi possiamo dire che l’attuazione della Convenzione è soddisfacente?
Non pienamente. Ci sono criticità rilevanti: prima di tutto, c’è una forte disomogeneità territoriale nell’offerta dei servizi e nella qualità degli interventi. Rispetto alla domanda, c’è poi un sottodimensionamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio, nonché ritardi nell’applicazione di molte raccomandazioni GREVIO – in particolare sul piano della raccolta di dati disaggregati e sulla valutazione dell’efficacia delle misure. A questo si aggiungono difficoltà nei percorsi giudiziari, con il rischio di vittimizzazione secondaria e della mancata applicazione uniforme delle aggravanti. Infine, persistono barriere culturali e stereotipi che ostacolano la prevenzione e la denuncia.
Si fa abbastanza per ciò che riguarda la prevenzione?
Prevenzione e educazione rappresentano il cuore della Convenzione: interventi scolastici continui sull’uguaglianza di genere, programmi di educazione sessuo‐affettiva che insegnino rispetto, consenso e relazioni non violente, campagne pubbliche per sfidare stereotipi e percorsi di formazione obbligatoria per forze dell’ordine e operatori e operatrici dei servizi sono misure che riducono il rischio che la violenza si generi e si ripeta. Negli ultimi anni, politiche e iniziative di educazione al rispetto e al consenso hanno spesso incontrato opposizioni politiche: la destra al governo ha messo ripetutamente in discussione o smorzato programmi e linee guida che promuovono l’educazione sessuo‐affettiva e l’approccio di genere, sostenendo in vari contesti restrizioni sui contenuti o lasciando ampia discrezionalità agli istituti scolastici.
Che cosa comportano queste azioni, sul piano pratico?
Le conseguenze pratiche sono visibili, dalla domanda di servizi anti‐violenza che resta elevata ai casi di violenza intrafamiliare e sessuale che continuano a colpire con numeri significativi, la strada per cambiare gli atteggiamenti sociali rimane lunga. Perché la Convenzione funzioni davvero, la prevenzione deve essere trattata come priorità nazionale, e non come materia negoziabile in base ai cambi di maggioranza.
La Convenzione di Istanbul richiede dunque un forte investimento sulla prevenzione e sull’educazione sessuo‐affettiva.
Sì, ma oggi in Italia questi strumenti sono messi in crisi proprio da scelte politiche che riducono la portata e la continuità dei percorsi educativi. Senza rimettere la prevenzione al centro, le misure di protezione e repressione rischiano di restare palliative, anziché trasformare davvero la cultura della violenza.
Che nesso c’è fra la violenza di genere economica e quella digitale, tema che avete approfondito durante la presentazione del progetto a Roma?
La violenza economica e quella digitale sono spesso interconnesse: la tecnologia non solo ha creato nuovi strumenti per controllare, minacciare e depauperare le persone che subiscono violenza, ma ha anche reso più efficaci e pervicaci i meccanismi di isolamento e di privazione economica. La violenza digitale è spesso il mezzo attraverso cui la violenza economica si esercita e si amplifica. Con gli strumenti digitali, l’abusante può controllare account e dispositivi, rubare identità, estorcere denaro e impedire alla persona abusata di accedere a risorse o opportunità di lavoro: tutto ciò trasforma il controllo economico in una forma più pervasiva e meno visibile.
Quali sono le forme più diffuse di violenza economica contro le donne?
Questo tipo di violenza include il controllo diretto delle risorse (controllo di conti, carte e stipendio), l’impedimento al lavoro o alla formazione (sabotaggio delle opportunità professionali, molestie che costringono a cambiare impiego), l’indebitamento forzato e la sottrazione di beni, oltre alla negazione dell’accesso a servizi sociali e di welfare. Questi comportamenti generano dipendenza economica, rendono difficile uscire dalla relazione abusante e producono effetti duraturi sul credito, sul patrimonio e sull’autonomia decisionale. La violenza digitale rende infatti la privazione di risorse invisibile e duratura: per proteggere le persone che subiscono violenza sono necessarie risposte tecniche, legali ed economiche integrate e interventi educativi che insegnino sicurezza digitale, autonomia finanziaria e rispetto dei confini personali. Senza questo approccio, la violenza economica continuerà a combinarsi con quella digitale, rendendo molto più difficili i percorsi autonomi di fuoriuscita e ripresa dalla violenza.
Dal vostro osservatorio, a che punto è l’alfabetizzazione transfemminista delle nuove generazioni?
Parlerei più di sensibilizzazione che di alfabetizzazione riguardo al tema transfemminista tra le nuove generazioni. La sensibilizzazione è diffusa: molte persone giovani mostrano maggiore apertura verso i temi dell’identità di genere, dell’inclusione e dei diritti delle persone trans, grazie ai social media e ai movimenti che portano storie personali e dibattiti in primo piano. Tuttavia, in Italia per volontà politica mancano percorsi scolastici di sensibilizzazione alle questioni di genere: l’assenza di linee guida nazionali chiare e di programmi obbligatori lascia le scuole in larga parte senza strumenti sistematici per affrontare questi temi.
Cosa puoi dirci su quella che una parte della politica italiana definisce ‘ideologia gender’?
Il cosiddetto problema della ‘cultura gender’ è una costruzione politico‐retorica che strumentalizza paure e disinformazione per bloccare politiche di diritti, educazione e inclusione. Non esiste una ‘ideologia gender’ monolitica: si tratta di insiemi di studi e pratiche che analizzano le disuguaglianze di genere, promuovono il rispetto delle identità e lavorano per pari opportunità e libertà dalle discriminazioni. Etichettare come pericolosa o ‘imposizione’ qualsiasi azione volta a educare al rispetto, al consenso e all’uguaglianza serve soprattutto a creare un nemico simbolico e a giustificare il rifiuto di misure di prevenzione della violenza e di inclusione.
Che effetti produce questo approccio?
Dietro lo slogan si concentrano diverse conseguenze concrete, fra cui impedimento di programmi scolastici di educazione alle relazioni e alla parità, ostacolo alle tutele per persone trans e non binarie, e indebolimento delle campagne di prevenzione della violenza di genere. Contrastare questo falso problema richiede chiarezza terminologica, informazione pubblica e politiche che rendano obbligatorie e trasparenti le pratiche di educazione al rispetto e alla non discriminazione, oltre a difendere il lavoro di insegnanti, operatrici e operatori che promuovono inclusione e diritti.
Pubblicato su InGenere

