Barbara Bonomi Romagnoli | Oltre gli stereotipi
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Oltre gli stereotipi

Una giornata dentro il festival Poster – Oltre gli stereotipi organizzato da Aidos, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo in collaborazione con altre realtà femministe, a chiusura di tre anni di lavoro su linguaggio, autonomia corporea e violenza di genere. Un progetto che ha coinvolto oltre seimila persone per cambiare il modo in cui guardiamo il mondo.

Il vialetto di ingresso del Monk suggerisce naturalmente la via verso il giardino, si accede con qualche gradino, il tempo di salire e lo sguardo di insieme restituisce la cura dei particolari nell’organizzazione di uno spazio ampio, dedicato per una intera giornata al festival POSTER – Oltre gli stereotipi organizzato da Aidos, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, in collaborazione con l’agenzia di comunicazione femminista Comunicattive e con le associazioni Centro di Giornalismo Permanente, FactoryA, Libellula, Lucha y Siesta, Parteciparte, Pid e Scosse.

Una iniziativa pubblica, ad accesso libero, che lo scorso 24 maggio a Roma ha chiuso tre anni di lavoro con associazioni e comunità, scuole, università, giornaliste e giornalisti. L’intero progetto ha coinvolto direttamente oltre 6.500 persone e nella giornata del festival oltre 150 persone hanno partecipato ai laboratori e workshop.

“È stato il nostro primo progetto in Italia a coinvolgere in modo diffuso la società civile, mostrando come la maggioranza rifiuti modelli costrittivi e sia solo una minoranza a trarre ancora vantaggio dagli stereotipi, di genere e non solo” spiega Valentina Fanelli, Responsabile Progetti di AIidos. “Abbiamo lavorato su linguaggio, autonomia corporea e violenza di genere, evidenziandone il legame con le disuguaglianze, rilanciando nuove prospettive insieme a chi ne ha fatto parte e a chi vorrà unirsi.” 

Il programma fitto della giornata ha coinvolto persone da 0 a 99 anni, in una foto di insieme molto intensa: al corner di Lucha Y Siesta bambine e bambini piantano basilico e imparano a conoscere le piante aromatiche, qua e là si osservano gruppi alle prese con laboratori, workshop di autocoscienza femminista, ma anche pratiche di espressione e consapevolezza corporea con Anna Basti, Alessandra Chiricosta e Beatrice Mariottini. Ad animare il prato, anche con un poco di calura estiva, gli stimoli e le provocazioni arrivate dal teatro dell’oppresso di Parteciparte, i talk di FactoryA, le letture di Scosse e la tavola rotonda della rivista Dwf, Donna woman femme.

Non solo, in uno dei tavoli è allestito un prontuario di strumenti utili per la salute sessuale e riproduttiva: è il corner di #aworldwhere, campagna promossa dal consorzio europeo Countdown 2030 per la libertà sessuale e riproduttiva in tutto il mondo. Si avvicinano giovani ragazze, una di loro commenta: “Se chiedessimo a un po’ di donne di disegnare la loro clitoride, forse non avrebbero idea di dove iniziare”. La postazione serve a questo: dallo speculum al vibratore, passando per assorbenti e test Hiv si intendono dare le informazioni di base, utili anche agli uomini, pochi si avvicinano, tranne un giovane trentenne che incuriosito chiede spiegazioni.

Nel giardino colpisce una piccola casetta, molte persone si avvicinano curiose per capire meglio: è la ricostruzione di una cella di un carcere qualunque, per smontare uno degli stereotipi più duri a morire sulla detenzione: quello che vuole che, in fondo in fondo, ‘il carcere è un albergo’, dove le persone a spese nostre fanno la ‘bella vita’.  

“Quasi nessuno sa che invece il carcere si paga, se non lo fanno le persone detenute, incide inevitabilmente sul debito pubblico” racconta Alessia Massaroni, volontaria di Pid (Pronto itervento disagio), e aggiunge che “diverse persone hanno espresso entrando un senso di inquietudine e di claustrofobia nonostante questa cella sia stata ricostruita senza tetto e con misure leggermente più grandi. Alle persone più giovani abbiamo anche parlato dell’iniziativa sul tema delle mestruazioni in carcere, che è la campagna che abbiamo promosso con il progetto Poster e che ha indubbiamente dato la possibilità di entrare in rete con molte altre realtà”.

L’aspetto del networking è sottolineato anche da Claudia Torrisi, del Centro di giornalismo permanente (Cgp): “partecipare a questa iniziativa ha significato continuare nella nostra idea di giornalismo lento, che trova radici anche nelle realtà territoriali che vivono le situazioni e questo ci ha aiutato molto a realizzare il nostro report sulle persone Lgbtqi+ che sono detenute” e che sarà presto disponibile online.  

“Personalmente mi ha molto arricchito lavorare su questi temi – aggiunge Antonella Mautone del Cgp – e con questa esperienza ho conosciuto diverse associazioni che sono in sintonia con il nostro lavoro” e mentre parliamo intercettiamo una visitatrice, Marzia, che si gode sdraiata al sole i podcast in diretta che il Cgp ha messo a disposizione per il festival e non ha dubbi: “Credo che sentirò anche le altre puntate perché i temi mi hanno molto incuriosita, ho sentito l’episodio sulla prima donna che fece coming out in una manifestazione a Roma negli anni Settanta e che per quello perse anche il lavoro, una storia che non conoscevo”.

A ricordare la differenza, fondamentale, fra outing e coming out sarà Frad dal palco della sera, durante la sua stand-up comedy che ha intrecciato femminismo, istanze LGBTQIA+ e ironia sulle contraddizioni del quotidiano.

Contraddizioni cariche di stereotipi come quelle che registrano le amiche di Libellula Aps: loro hanno scelto di portare al festival una biblioteca vivente, per trasmettere attraverso il racconto e la lettura l’esperienza della loro vita e dei loro corpi, segnati spesso dallo stigma e dalla discriminazione.  

“Lo stereotipo maggiore sulle persone trans è che siano bugiarde” racconta la vicepresidente dell’associazione Asia Cione, “ci viene chiesto di giustificare il nostro percorso di assegnazione di genere, o giustificare perché ci facciamo chiamare in maniera diversa dalla norma, come se quel nome che scegliamo non fosse vero. Poi in generale rispetto alle donne trans c’è sempre l’associazione stereotipata con il sex work come se non sapessimo, non potessimo fare altro, o come se l’unica nostra competenza fosse quella sessuale. Mentre spesso è solo una strategia di sopravvivenza o di liberazione rispetto a quello che offre il mercato del lavoro, oppressivo e capitalistico”. Le attiviste trans di Libellula sono contente di avere avuto una preziosa occasione per aprire uno sportello romano per la prima accoglienza, ma anche per poter dire a voce alta che sono persone come le altre, scomode per i benpensanti, ma come ci ricordano è “dalla scomodità che emerge la realtà”.

Appare allora come una grande alleanza fra persone scomode quella che ha costruito Aidos con Poster, anche per smontare lo stereotipo segnalato da Federica Delogu del Cgp: “Soprattutto nel lavoro giornalistico, precario per molte, la presunta competizione fra donne è uno stereotipo molto diffuso. Mentre noi siamo state molto contente di costruire e pensare insieme le attività e lavorare sul carcere come luogo binario per eccellenza che non contempla altro”.

E fra il tanto altro, c’è anche il mondo raccontato da Marina Cuollo in un brillante talk su corpo, linguaggio e identità non abiliste per smontare etichette, narrazioni e ruoli imposti. Ma soprattutto per ricordarci che insieme il cambiamento è possibile, anche danzando sulle note suggerite dal Dj Set di Shubostar. 

Pubblicato su Ingenere



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