Barbara Bonomi Romagnoli | Vite in stand by
1504
post-template-default,single,single-post,postid-1504,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-1.6.1

Vite in stand by

In Italia aumentano le persone che mettono in pausa la propria vita per prendersi cura di familiari fragili. Un fenomeno che, come confermano i dati, riguarda soprattutto le donne, ancora costrette da pregiudizi e disuguaglianze a scontare per prime il prezzo dell’assistenza, sacrificando il loro tempo e la loro sicurezza economica

Passare dalla logica del sacrificio a quella della sostenibilità della cura: è un appello chiaro e inoppugnabile quello lanciato da FamKare, ecosistema specializzato nel supporto a chi svolge attività come caregiver familiare e di assistenza alle persone anziane, nelle giornate del CaregiverDay, che si sono tenute dal 7 al 30 maggio scorso. Un monito per ricordare che il mondo della cura ha enormi costi invisibili.

I dati raccolti da FamKare – da fonti come Istat, Censis/Cnel e Istituto superiore di sanità – dicono che sono sempre di più le persone con ruolo di caregiver familiari che rinunciano a lavoro, salute, pensione e vita personale perché assorbite dall’assistenza continuativa a un familiare fragile. È un fenomeno che sta diventando condizione stabile della vita adulta e che rischia di creare una nuova fragilità sociale.

Ma qual è l’identikit medio degli oltre 7 milioni di caregiver familiari in Italia? Il 58% sono donne, e il 77,4% ha più di 45 anni. Quasi una caregiver su tre presta assistenza per oltre 20 ore settimanali, e il 41% sviluppa problemi cronici legati al carico di cura.

Assistere una persona anziana (madre, padre, zia), un coniuge malato o un familiare fragile significa spesso entrare in una condizione lunga e strutturale – non una fase temporanea – che assorbe tempo, energie, lavoro e prospettive personali. Le giornate di chi svolge il ruolo di caregiver si organizzano spesso attorno a visite mediche, farmaci, gestione di badanti, burocrazia, turni familiari ed emergenze improvvise.

Nel tempo, molte persone iniziano a rimandare tutto ciò che riguarda se stesse: controlli medici, lavoro, relazioni, riposo, pensione, stabilità economica. In questo contesto, FamKare sottolinea come “nella maggior parte dei nostri colloqui emerge la stessa dinamica: molte e molti caregiver pensano inizialmente a una fase temporanea. Poi la fragilità aumenta, gli anni passano e la cura diventa permanente. La paura del futuro è una costante, ma continuano a vivere in modalità emergenza, senza riuscire più a immaginare il domani”. Così il caregiving diventa un problema sociale, oltre che familiare.

Attraverso consulenze e percorsi di supporto, FamKare raccoglie da oltre 10 anni ogni giorno storie che mostrano il costo invisibile della cura. C’è chi sceglie il prepensionamento per assistere il padre con demenza, accettando una pensione più bassa pur di restargli accanto; chi lascia il lavoro e dopo anni fatica a rientrare nel mondo professionale; chi mette in secondo piano la propria salute rimandando visite ed esami medici per concentrare energie e risorse solo sul genitore anziano.

In molti percorsi emerge la stessa domanda: “Io, in tutto questo, dove sono finita?”.

Secondo il primo paper del rapporto 2024 di Family (Net)Work, realizzato dal Censis e promosso da dall’Associazione nazionale sindacale dei datori di lavoro domestico (Assindatcolf) su un campione di 2.400 famiglie datrici di lavoro domestico, emerge come il peso della non autosufficienza alimenti una forte insicurezza economica futura: il 35% delle famiglie teme una riduzione del reddito e del tenore di vita durante la vecchiaia. Il 40,7% giudica “non proprio sicuro” il proprio livello di risorse economiche, mentre il 12,5% si sente “completamente insicuro” di fronte a possibili imprevisti.

Oggi l’assistenza continuativa a un familiare fragile si scontra spesso, e molto più che in passato, con questioni legate a lavoro, figli, autonomia economica e vita personale. “Molte donne caregiver vivono una frattura molto dura” sottolinea FamKare, “da una parte hanno più autonomia economica, lavoro e responsabilità personali. Dall’altra, continuano a sentirsi culturalmente obbligate a sacrificarsi completamente. È da questa tensione che nascono senso di colpa, isolamento e paura del futuro”.

“Il caregiving non produce solo stanchezza emotiva. Produce anche carriere rallentate, contributi mancati e pensioni più fragili. Il lavoro di cura gratuito non è mai davvero gratuito: il prezzo spesso è il futuro di chi assiste” osserva Chiara Bianconi, founder di FamKare.

“Come family coach, che segue da oltre 10 anni i caregiver familiari, accolgo con favore il fatto che finalmente anche a livello istituzionale si inizi a dire con chiarezza che la cura non è una questione di genere. Per troppo tempo l’assistenza a un genitore anziano, a un coniuge fragile o a un familiare non autosufficiente è stata data per scontata come responsabilità naturale delle donne. Ma prendersi cura non può significare rinunciare alla propria salute, al lavoro, alla sicurezza economica e al futuro” aggiunge Bianconi.

“Ogni giorno incontro caregiver che si sentono in colpa all’idea di chiedere aiuto o delegare, come se fare tutto da sole fosse l’unico modo per amare davvero. Serve invece un cambio di sguardo: la cura deve diventare una responsabilità condivisa tra uomini e donne, famiglie, istituzioni, aziende e comunità. Autorizzarsi a chiedere aiuto non è un fallimento. È il primo passo per rendere l’assistenza più umana, più sostenibile e più giusta per tutti, mentre in Italia il caregiving familiare viene ancora gestito come un’emergenza” conclude.

Fra le testimonianze raccolte da FamKare c’è anche Roberta (nome di fantasia), che ha lasciato il lavoro in anticipo per assistere il padre con demenza.

“A un certo punto ho capito che dovevo scegliere tra il lavoro e mio padre. Quando smetti di lavorare per anni per prenderti cura di qualcuno, il mondo del lavoro continua ad andare avanti senza di te”.

Valeria (nome di fantasia) ha lasciato la propria professione per assistere prima la madre e poi il marito. Dopo anni dedicati completamente alla cura, oggi vorrebbe rientrare nel mercato del lavoro e riprendere il percorso professionale interrotto. Ma il lungo periodo di assenza pesa sul curriculum e rende difficile competere con chi ha potuto lavorare con continuità e aggiornarsi nel tempo.

“Continuavo a dire: ci penserò dopo. Poi quel dopo è arrivato tutto insieme” racconta Annalisa (nome di fantasia) che ha rimandato per anni visite ed esami medici per dedicarsi completamente ai genitori anziani. Oggi affronta problemi di salute che, secondo gli specialisti, avrebbero potuto essere prevenuti con controlli regolari. Una conseguenza che racconta quanto spesso chi svolge il ruolo di caregiver finisca per mettersi all’ultimo posto. Perché “caregiver non è solo chi assiste un familiare fragile. È spesso una persona che, nel tempo, mette in pausa la propria vita senza avere strumenti per proteggerne il futuro”.

Pubblicato su InGener



Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi