Mia figlia è morta nella strage di Viareggio. Oggi combatto per avere giustizia
Stavolta è toccata a me”, penso quando mi squilla il cellulare alle 3.12 di notte. È il 29 giugno 2009, siamo appena tornati dalle ferie. «È l’ospedale Versilia, le passo Emanuela», dice una voce dall’altra parte. “Ma come!”, penso risentita. “Mi aveva detto che era da Sara, dove sono andate?”. In quell’attimo sento la mia bambina: «Mamma c’è stato un incidente, è scoppiato un incendio, non ti preoccupare a me non è successo niente». Sembra tranquilla e il battito del mio cuore si normalizza. Poi, di nuovo la voce di prima: «Signora stiamo trasportando sua figlia al centro ustioni di Cisanello, vada lì». Ma perché? Emanuela ha detto che sta bene. Sveglio mio marito e ci rimettiamo in movimento. Saranno le quattro quando raggiungiamo l’ingresso del reparto. Vediamo un ragazzo correre: «Scusa, ma che cosa è successo?». «È scoppiato un treno», risponde concitato. Lui e io ci guardiamo perplessi: è scoppiato un treno? Noi sapevamo che i treni deragliano, non che scoppiano.

